La prima regola etica per un'interfaccia AI è onestà: l'utente deve sapere quando interagisce con un sistema automatizzato, quando un contenuto è generato e quando una scelta è influenzata da un algoritmo. Non è pedanteria legale — è rispetto per l'autonomia decisionale.
La disclosure efficace è contestuale, non burocratica. Un badge generico "AI" in footer non basta. Meglio: "Questo riassunto è generato automaticamente — verifica le fonti", "Il prezzo mostrato è personalizzato in base al tuo profilo", "Stai parlando con un assistente AI, non un operatore umano".
Il tono conta. Disclosure paurose ("Attenzione: intelligenza artificiale!") creano ansia inutile. Disclosure assenti o nascoste creano fiducia incalibrata — l'utente tratta un output AI come verità umana o esperto. Il designer cerca equilibrio: chiarezza senza allarmismo.
La trasparenza include anche i limiti. Chatbot sanitari, legali o finanziari devono comunicare cosa non possono fare: "Non sono un medico", "Non sostituisco una consulenza legale". I limiti ben progettati riducono danni da over-reliance — quando l'utente si affida eccessivamente a un sistema inadeguato.
Casi come il chatbot di Air Canada (2024), che ha inventato una policy sui biglietti e la compagnia ha tentato di non riconoscerla, mostrano cosa succede quando disclosure e limiti sono assenti. L'interfaccia ha dato autorità a un output allucinato. Progettare per il worst case non è pessimismo — è due diligence.
Checklist pratica: ogni feature AI nel tuo prodotto dovrebbe rispondere a — L'utente sa che c'è AI? Sa cosa fa? Sa cosa non fa? Può disattivarla? Può segnalare errori? Se una risposta manca, c'è un gap di design da colmare.