Nel 2024-2026 ogni roadmap sembra richiedere "qualcosa con l'IA". Investitori, board e competitor spingono per feature visibili — chatbot, raccomandazioni, generazione automatica. Il designer si trova spesso a progettare interfacce per funzionalità la cui utilità o sicurezza non è stata valutata.
L'AI washing è il rischio più immediato: etichettare come "intelligente" ciò che è una regola if-then, un autocomplete migliorato o un'integrazione API di facciata. Dal punto di vista UX, questo erode la fiducia: l'utente si aspetta capacità che il prodotto non ha, e quando delude, la colpa ricade sull'esperienza — non sul marketing.
La FOMO tecnologica spinge team a saltare fasi fondamentali: test con utenti reali, valutazione di edge case, analisi di chi resta escluso. "Shippare l'AI" diventa obiettivo in sé. Il designer può contrporre domande concrete: quale problema risolve? Cosa succede quando sbaglia? Chi può contestare l'output?
La responsabilità professionale del designer va oltre la delivery. Codici deontologici come quello del World Design Organization sottolineano che il design deve servire il benessere delle persone e della società. Integrare AI senza valutarne l'impatto non è neutralità — è una scelta.
Non si tratta di opporsi a ogni innovazione. Si tratta di chiedere evidenze, proporre alternative (incluso il non-uso dell'IA), documentare trade-off e portare in sala riunioni esempi concreti di fallimenti — filtri razzisti, chatbot che danno consigli medici pericolosi, onboarding che esclude utenti neurodivergenti.
Essere "il guastafesta etico" è faticoso. Ma il designer che conosce implicazioni di bias, trasparenza e consenso ha leva negoziale: può tradurre rischi astratti in scenari UX concreti che product manager e stakeholder capiscono — e a volte temono.