Nel 2019, Shoshana Zuboff pubblicò "Il capitalismo della sorveglianza" — un libro che diede un nome a ciò che milioni di persone percepivano senza riuscire ad articolarlo. La tesi: le grandi piattaforme tecnologiche non vendono pubblicità. Vendono previsioni sul comportamento umano, estratte dalla sorveglianza costante delle nostre attività digitali. I nostri click, le nostre ricerche, i nostri messaggi, i nostri movimenti — tutto diventa materia prima per un mercato di "futures comportamentali".
La privacy non è "non ho nulla da nascondere". È il diritto di decidere quali informazioni condividere, con chi, e per quale scopo. È il fondamento della libertà di pensiero: se sai di essere osservato, cambi comportamento — è l'effetto panottico descritto da Michel Foucault. La sorveglianza costante non ha bisogno di punire: basta che la possibilità della punizione esista per modificare il comportamento.
La "privacy by design" è un approccio ingegneristico sviluppato da Ann Cavoukian negli anni '90. L'idea è che la protezione dei dati non debba essere un'aggiunta successiva, ma un principio architetturale: i sistemi devono essere progettati fin dall'inizio per raccogliere il minimo di dati necessario, per proteggerli con crittografia, per dare all'utente il controllo. Non è un'opzione: è un modo di pensare il software.
La sovranità digitale va oltre la privacy individuale. È la capacità di una comunità, una nazione o un'organizzazione di controllare la propria infrastruttura digitale. Quando una scuola usa Google Workspace, quando un ospedale archivia dati su AWS, quando un governo comunica via WhatsApp — chi ha realmente il controllo? La sovranità digitale chiede: possiamo gestire i nostri dati con strumenti che controlliamo, su server che possediamo, con regole che abbiamo scelto?
In Europa, iniziative come Gaia-X, NextCloud, e il Data Governance Act cercano di costruire un'alternativa alla dipendenza dai giganti tech americani e cinesi. In Italia, il Piano Triennale per l'Informatica nella PA spinge verso il cloud pubblico. Sono primi passi, ma la direzione è chiara: la sovranità digitale non è nazionalismo tecnologico — è autodeterminazione.