L'immagine dominante dell'AI e del lavoro è quella del programmatore di Silicon Valley che usa ChatGPT per scrivere codice più velocemente. Ma questa immagine nasconde una realtà molto più complessa e diseguale. Per capire chi beneficia e chi perde dall'automazione basata sull'AI, dobbiamo guardare l'intera catena del valore — dalla miniera di cobalto al data center, dal data labeler al CEO.
Alla base della catena ci sono i lavoratori che estraggono le materie prime: il cobalto per le batterie (spesso estratto da minatori bambini nella Repubblica Democratica del Congo), il litio per i chip, le terre rare per i componenti elettronici. Questi lavoratori non beneficiano dell'AI — ne pagano il prezzo con la loro salute e il loro ambiente.
Un gradino sopra ci sono quelli che Mary Gray e Siddharth Suri chiamano "ghost workers" — lavoratori fantasma. Sono le centinaia di migliaia di persone nel Sud globale che etichettano immagini, trascrivono audio, moderano contenuti violenti e valutano la qualità degli output dell'AI per piattaforme come Amazon Mechanical Turk, Scale AI, Sama. Guadagnano pochi centesimi a task, non hanno contratti stabili, non hanno tutele sindacali, non hanno benefici. Sono la forza lavoro invisibile che permette all'AI di funzionare.
Nel 2023, un'inchiesta di TIME ha rivelato che OpenAI aveva pagato lavoratori kenioti meno di 2 dollari l'ora per moderare i contenuti violenti e sessuali usati per addestrare ChatGPT, esponendoli a materiale traumatizzante senza adeguato supporto psicologico. Questo è il costo umano che non appare nelle presentazioni sulle meraviglie dell'AI generativa.
In cima alla catena ci sono le grandi corporation — Google, Microsoft, Meta, OpenAI, Amazon — che catturano la stragrande maggioranza del valore generato dall'AI. Queste aziende hanno una capitalizzazione di mercato combinata di migliaia di miliardi di dollari, ma impiegano relativamente poche persone. La produttività aumenta, i profitti aumentano, ma i benefici si concentrano in un numero sempre più ristretto di mani.
In mezzo ci sono i lavoratori dei paesi ricchi, il cui destino varia enormemente. I professionisti altamente qualificati (programmatori, medici, avvocati) tendono a usare l'AI come strumento di amplificazione della produttività — almeno per ora. I lavoratori in ruoli di routine (contabilità, servizio clienti, traduzione) vedono i loro compiti automatizzati o devoluti a sistemi ibridi dove l'AI fa la maggior parte del lavoro e l'umano gestisce le eccezioni. I gig workers (rider, autisti, camerieri) sono sempre più gestiti da algoritmi che ne dettano ritmi, percorsi e compensi.