Se hai seguito il Modulo 02 del percorso Fondamenti, conosci già lo speculative design: l'approccio di Anthony Dunne e Fiona Raby che usa il design per fare domande scomode sul mondo possibile. La design fiction condivide quelle radici, ma prende una strada diversa — più pratica, più orientata alla produzione di artefatti concreti.
Julian Bleecker, ricercatore e designer del Near Future Laboratory, ha coniato il termine "Design Fiction" nel 2009. La sua intuizione era semplice ma potente: invece di presentare scenari futuri come report o presentazioni PowerPoint, perché non creare oggetti che sembrano provenire da quei futuri? Un manuale d'istruzioni per un prodotto che non esiste. Un articolo di giornale dal 2040. Una pubblicità per un servizio del futuro.
La distinzione con Dunne & Raby non è una rivalità — è una complementarità. Lo speculative design di Dunne & Raby è critico e provocatorio: chiede "e se il mondo fosse diverso?" e usa oggetti per mettere in discussione assunzioni profonde. La design fiction di Bleecker è più operativa: chiede "come sarebbe questo futuro, concretamente?" e produce artefatti che lo rendono visibile e discutibile.
La parola "fiction" è la chiave di volta. Non significa inventare storie false o fantascientifiche senza vincoli. Significa che stiamo costruendo mondi possibili — plausibili, coerenti, credibili — ma non reali. Questa distanza è liberatoria: ci permette di esplorare alternative senza il peso dell'inevitabilità. Quando guardiamo un oggetto del futuro, sappiamo che non è ancora accaduto — e possiamo chiederci se lo vogliamo.
Bleecker ha sviluppato strumenti concreti per questa pratica. Il più noto è il "Design Fiction Product Catalogue": un catalogo di prodotti — come quelli di IKEA — ma per oggetti del futuro. Sfogliare un catalogo del 2045 è un'esperienza immersiva che rende il futuro tangibile in modo che un report non potrebbe mai fare.
Noi di Relatronica usiamo la design fiction come ponte tra la teoria dello speculative design e l'azione civica concreta. Non basta sapere che i futuri sono plasmabili — bisogna saperli rendere visibili, discutibili e, soprattutto, condivisibili con chi non ha mai sentito parlare di futures studies.