La design fiction non è un esercizio solitario da scrivania. È una pratica di laboratorio — nel senso più ampio del termine: uno spazio dove si sperimenta, si sbaglia, si itera e si impara facendo. Questo corso si chiama "Design Fiction Lab" per una ragione precisa: il metodo è il laboratorio.
Il formato workshop ha una logica profonda. Quando un gruppo di persone diverse — cittadini, designer, policy maker, attivisti — si riunisce per costruire artefatti del futuro, succede qualcosa che un report non può produrre: conflitto produttivo. Le visioni del futuro si scontrano, si arricchiscono, si correggono. Un pensionato e uno studente immagineranno mondi diversi — e il confronto renderà lo scenario più ricco e più realistico.
L'iterazione è altrettanto centrale. Il primo artefatto che produci sarà probabilmente superficiale — un oggetto "futuristico" generico che non dice molto. La seconda versione migliorerà la coerenza diegetica. La terza aggiungerà dettagli che aprono nuove domande. Questo processo — prototipare, testare, rifare — è identico al design thinking, ma applicato a mondi possibili invece che a prodotti.
Il "pensare facendo" (thinking through making) è il principio che distingue la design fiction dalla futurologia tradizionale. Non puoi capire veramente un mondo futuro finché non provi a costruire qualcosa che vi appartiene. Quando disegni un badge di identità per il tuo scenario, scopri domande che non avevi considerato: chi lo rilascia? Cosa succede se lo perdi? Chi non può ottenerlo?
Il laboratorio è anche democraticamente accessibile. Non servono budget enormi o competenze tecniche avanzate. Un workshop di design fiction si può fare con carta, penna, stampante e immaginazione. Ciò che serve è tempo, spazio e la disponibilità a fare domande scomode — risorse che molte comunità hanno già.
Nei prossimi moduli metteremo questo metodo in pratica: costruiremo scenari, li renderemo diegetici e li confronteremo. Ma la premessa resta: la design fiction è qualcosa che si fa, non qualcosa che si legge.