Nel 2016, la città di Chicago lanciò un sistema predittivo per identificare le case a rischio di avvelenamento da piombo, con l'obiettivo di proteggere i bambini. L'algoritmo funzionava, ma c'era un problema: le zone identificate come "a rischio" corrispondevano quasi perfettamente ai quartieri afroamericani a basso reddito. Il sistema, costruito con buone intenzioni, rischiava di diventare uno strumento di profilazione razziale mascherata da salute pubblica.
Questo caso illustra un principio fondamentale dell'etica della civic tech: le buone intenzioni non sono sufficienti. Ogni strumento tecnologico opera all'interno di strutture di potere preesistenti e, se non progettato con estrema attenzione, rischia di amplificarle piuttosto che correggerle. Un'app per la partecipazione civica che richiede uno smartphone esclude chi non ce l'ha. Una piattaforma di open data in inglese esclude chi parla solo spagnolo o arabo.
Il concetto di "Community-Centered Design" risponde a queste sfide. Invece di progettare per le comunità, si progetta con le comunità. Le persone che useranno lo strumento partecipano alla sua progettazione fin dall'inizio — non come "utenti da testare" ma come co-progettisti con saperi propri. Questo approccio è più lento, più costoso e più difficile. Ma è l'unico che produce strumenti realmente utili e rispettosi.
C'è poi la questione della sorveglianza. Molte tecnologie civiche raccolgono dati sui cittadini — dove vivono, come si muovono, cosa pensano, come votano. Anche quando questi dati servono a migliorare i servizi, creano rischi: possono essere venduti, hackerati, usati per finalità diverse da quelle dichiarate. La civic tech etica deve essere privacy-first per design, non come ripensamento.
Infine, l'etica della civic tech riguarda il potere. Chi finanzia la piattaforma? Chi ne controlla il codice? Chi decide le regole di moderazione? Se la risposta è sempre "un'azienda tech della Silicon Valley" o "un'ONG del Nord globale", stiamo riproducendo dinamiche coloniali sotto una veste digitale. La vera civic tech è quella dove le comunità hanno non solo accesso allo strumento, ma proprietà e controllo su di esso.