Nel 2009, Tim Berners-Lee — l'inventore del World Wide Web — salì sul palco del TED e lanciò un appello: "Raw data now!". La sua tesi era che i dati raccolti dai governi con i soldi dei contribuenti dovessero essere aperti e accessibili a tutti. Non dati elaborati o interpretati: dati grezzi, in formati aperti, riutilizzabili da chiunque. Era l'inizio del movimento open data.
L'open data è l'idea che certi dati — quelli prodotti dalla pubblica amministrazione, dalla ricerca scientifica finanziata pubblicamente, dai servizi pubblici — siano un bene comune. Come l'aria o l'acqua, devono essere accessibili a tutti senza restrizioni. I principi fondamentali sono: apertura (formati non proprietari), accessibilità (scaricabili gratuitamente), riutilizzabilità (licenze che permettono l'uso libero).
I successi dell'open data sono impressionanti. In Kenya, il portale open data del governo ha permesso ai cittadini di monitorare la spesa pubblica, riducendo la corruzione. In Italia, portali come dati.gov.it e soldipubblici.gov.it permettono di seguire ogni euro speso dallo stato. A livello globale, OpenStreetMap — la Wikipedia delle mappe — è diventata un'infrastruttura critica usata da organizzazioni umanitarie durante le emergenze.
Ma l'open data non è una bacchetta magica. I dati senza contesto possono essere fuorvianti. I dati senza competenze per interpretarli restano lettera morta. E c'è un paradosso: rendere i dati aperti richiede risorse (standardizzazione, pulizia, documentazione) che molte amministrazioni non hanno. Il risultato è che spesso i dati più importanti — quelli su inquinamento, salute pubblica, contratti statali — restano chiusi o vengono pubblicati in formati inutilizzabili.
La vera sfida dell'open data non è tecnica: è politica. Chi decide quali dati aprire e quali no? Chi finanzia l'infrastruttura necessaria? E soprattutto: come garantire che i dati aperti diventino strumenti di empowerment per tutti, non solo per chi ha le competenze tecniche per usarli?