Lo speculative design non è solo teoria — è una pratica con metodi specifici. Il più noto è il Design Fiction: la creazione di artefatti che raccontano una storia su un futuro possibile senza bisogno di una narrativa esplicita. Un manuale d'istruzioni per un prodotto che non esiste. Un articolo di giornale dal 2040. Una pubblicità per un servizio del futuro. Questi oggetti "parlano" del futuro mostrandolo, non descrivendolo.
Julian Bleecker del Near Future Laboratory ha coniato il termine e sviluppato uno degli strumenti più pratici: il "Design Fiction Product Catalogue". L'idea è creare un catalogo di prodotti — come quelli di IKEA — ma per oggetti del futuro. Sfogliare un catalogo del 2045 è un'esperienza immersiva che rende il futuro tangibile e discutibile.
Un altro strumento potente è il prototipo diegetico — un termine preso dal cinema. In un film, un oggetto è "diegetico" quando appartiene al mondo della storia (la spada laser di Star Wars esiste nel mondo del film, non nel nostro). Un prototipo diegetico è un oggetto progettato come se appartenesse a un mondo futuro. Non deve funzionare: deve essere credibile abbastanza da provocare una conversazione.
Il world-building è il processo di costruzione del mondo in cui questi artefatti esistono. Non basta progettare un oggetto del futuro: bisogna capire la società che lo ha prodotto. Quali leggi esistono? Quali valori dominano? Chi ha potere e chi no? Il world-building rigoroso è ciò che distingue uno scenario speculativo convincente da una fantasia superficiale.
Stuart Candy, ricercatore alla Carnegie Mellon University, ha sviluppato il concetto di "Experiential Futures" — futuri esperibili. Invece di presentare scenari come report o presentazioni, Candy propone di farli vivere alle persone: installazioni immersive, giochi di ruolo, performance. Quando il futuro lo vivi, la riflessione è infinitamente più profonda.
Questi metodi sono accessibili a chiunque: non servono budget enormi o competenze tecniche avanzate. Un workshop di design fiction si può fare con carta, penna e immaginazione. Ciò che serve è il coraggio di fare domande scomode.