Nel 1999, Anthony Dunne e Fiona Raby, due designer del Royal College of Art di Londra, pubblicarono "Design Noir" — un libro che proponeva un'idea radicale: il design non deve solo risolvere problemi. Può anche creare artefatti che provocano riflessioni, aprono dibattiti e mettono in discussione lo status quo. Era la nascita di quello che oggi chiamiamo Speculative Design.
L'intuizione di Dunne e Raby partiva da un'osservazione semplice: il design tradizionale è "affermativo" — accetta il mondo così com'è e cerca di migliorarlo incrementalmente. Un nuovo smartphone, una sedia più ergonomica, un'app più intuitiva. Ma che succede se il design inizia a chiedersi: "E se il mondo fosse diverso? E se la tecnologia funzionasse in un altro modo? E se le nostre priorità fossero altre?".
Il loro framework PPPP (Probable, Plausible, Possible, Preferable) è diventato uno strumento fondamentale. I futuri probabili sono quelli verso cui stiamo andando se non cambia nulla. I plausibili sono quelli che potrebbero accadere con alcuni cambiamenti. I possibili richiedono trasformazioni radicali. I preferibili sono quelli per cui vale la pena lottare. Lo speculative design opera in questi ultimi tre spazi — i territori dell'immaginazione produttiva.
Ma lo speculative design non è fantascienza. Non si tratta di immaginare mondi impossibili per il piacere dell'esercizio. Si tratta di creare artefatti — oggetti, servizi, esperienze — che sembrano provenire da un futuro plausibile e che, nel loro essere familiari-ma-diversi, costringono chi li incontra a riflettere su assunzioni che dava per scontate.
Negli anni, questo approccio è stato adottato da musei (il MoMA, il V&A), università (MIT Media Lab, Copenhagen Institute of Interaction Design), governi (il Government Office for Science del Regno Unito) e organizzazioni internazionali (UNDP, UNESCO). Non è più un esperimento accademico: è uno strumento riconosciuto per navigare la complessità del presente.